Diario di Macande: Primo Racconto – Hikikomori
Riassunto
Diario di Macande
Diario di Macande: Primo Racconto – Hikikomori
di Alessandro Cavaliere (Aleks Kishi)
Hikikomori – Storia di Mayra
Guardare il mondo da una finestra bianca era diventato uno dei modi di Mayra per passare il tempo. Quel tempo che la vedeva prigioniera nella sua casa. Hikikomori. Era il termine che avevano coniato i Giapponesi per descrivere le persone come lei. Quelle persone che si isolavano dal mondo, che vivevano rintanate in casa fuori dalla società e collegati al resto della gente solo tramite un computer.
Se avesse potuto non bere, non mangiare per staccare anche quel legame. Sparire. Era quello che spesso sognava. Essere inghiottita in una sorta di buco nero dove soffocare e non esistere più. A volte si vedeva come un personaggio in bianco e nero, che si muoveva in casa come se attraversasse delle vignette di un fumetto.
La sua vita, però, non era un fumetto. Mayra aveva 20 anni si era diplomata al liceo artistico nella Capitale con il massimo dei voti. Viveva nel quartiere popolare di Macande, i suoi genitori erano morti in un incidente d’auto qualche giorno dopo il suo diploma. Le avevano lasciato una piccola rendita e quella casa assegnata dalla Regione dopo il terremoto.
Lei poi aveva iniziato a creare un piccolo fumetto, si era fatta un nome su internet e aveva iniziato a guadagnare. In internet era conosciuta come Sumud, aveva letto e sentito quella parola araba nei forum che frequentava. Sumud era difficile da tradurre in italiano, ma significava bene o male resistenza.
Quella parola era diventata famosa quando il conflitto tra Israele e Palestinesi si era acutizzato, non che i rapporti tra i due popoli fossero mai stati idilliaci, lei comunque, prima di rinchiudersi in se stessa, aveva partecipato con i suoi compagni di scuola a qualche manifestazione pro-Palestina.
Aveva sempre empatizzato con i più deboli, con coloro che venivano “bullizzati” da chi possedeva più forza e potere. Aveva scelto Sumud come nome d’arte proprio perché per lei resistere era sempre stato un imperativo di sopravvivenza. Anche se poi si era rifugiata in quel piccolo appartamento isolandosi dal mondo.
<<Sono proprio una vigliacca>>. Pronunciò quelle parole sospirando, mentre osservava dei bambini pestiferi giocare nella piazzetta antistante la striscia di palazzine in cui era incastonato il suo appartamento. In quella piazza si era spostato lo spaccio di droga, che solo l’anno prima era stato smantellato dai Carabinieri nel quartiere.
Si strinse nelle sue braccia come a confortarsi, rammentava ancora quando nel vicoletto antistante gli ingressi degli edifici che facevano parte della striscia in cui c’era casa sua era invaso di spacciatori e acquirenti. La droga. Uno dei mali del mondo, una delle vie di fuga della mente dal dolore che la vita procurava alle anime.
I bambini giocavano e pensò a come sarebbe potuto diventare il quartiere anche se la sua nazione fosse stata in guerra, in parte lo era. Pensò ai bambini che vivevano nelle zone di guerra e si strinse ancora di più in quell’abbraccio che sembrava potesse stritolarla da un momento all’altro più che proteggerla.
Sospirò.
<<Sono proprio una vigliacca>>. Ripeté ancora e avrebbe voluto piangere. Era diventata un Hikikomori è vero, la stanza dove dormiva e lavorava era in condizioni pietose. Il resto della casa era spoglia, arredata dell’essenziale. Dopo la morte dei suoi genitori aveva fatto portare via quasi tutto.
La sua gatta Azne, una meticcia dal pelo biondiccio e gli occhi azzurri le si strusciò contro e lei si sciolse dal suo abbraccio.
<<Il mondo è un posto orribile amica mia, guerre, criminalità e persone che cadono nel buio come me, per fortuna ci siete voi pelosetti a ricordarci quanto sia semplice amare, anche se trattiamo di cacca anche voi>>. Mayra prese in braccio Azne che iniziò a fare le fusa, mentre lei cominciò a piangere. La gattina le leccò le lacrime sul viso e Mayra sorrise. Si poteva sorridere anche nel buio quando c’era qualcuno che ti mostrava uno spiraglio di luce.
Il mondo era un posto cattivo, c’era un sacco di cose brutte. Lei era una disegnatrice di fumetti che si faceva chiamare Samud, era abbastanza famosa nell’ambiente e molti si ispiravano a lei per le cose che raccontava nelle sue storie. Era buffo che la gente pensasse che lei fosse una sorta di eroina in carne e ossa.
Una di quelle che con le sue storie apriva gli occhi alle persone sul mondo e sulle sue brutture, ispirando l’anima di chi la seguiva. Fuori dalla sua finestra bianca i bambini giocavano, mentre un gruppo di oche, portate lì dagli spacciatori starnazzavano forse infastidite dal casino fatto dal gioco dei bambini. Un cliente discuteva di chissà cosa con uno degli spacciatori ricomparsi poco dopo gli arresti nella piazza.
L’erba cattiva ricresceva sempre, e lei si chiese se in fondo non era anche lei un’erbaccia che infestava il mondo con la sua oscurità…


