Cronache di Macande: Viola Tendente al Blu
Riassunto
Cronache di Macande
Cronache di Macande: Viola Tendente al Blu
di Alessandro Cavaliere (Aleks Kishi)
XXV Racconto – 10 ottobre 2019 – Viola Tendente al Blu…
Era silenzio quello che percepiva, Viola, nel suo cuore. Il silenzio pungente della notte. Quello che si insinuava nelle vie, negli anfratti, negli spazzi piccoli e grandi di Macande, forse, era solo la sua finestra bianca chiusa a non far trasparire altro che silenzio. Il mondo fuori, più o meno, ancora emetteva qualche suono, qualche vagito, un lamento può darsi…
Fuori dalla sua finestra bianca c’era il quartiere popolare. C’erano gli spacciatori che occupavano i palazzi, i loro clienti che fermavano le auto nel largo spazio di cemento che costeggiava parte del quartiere; poi c’erano quegli tizi estranei, ma così familiari, ormai, quelli che acquistavano un pezzo di morte per qualche euro, passo dopo passo raggiungevano una porzione di quella che sarebbe diventata la loro via di fuga dalla realtà.
Era silenzio, tutto quel rumore fuori. C’erano i gatti e i cani randagi che vivevano la notte nel loro abbandono; gli ultimi uccelli che ancora non erano volati via per sfuggire all’autunno e poi all’inverno; c’era la gente che tornava a casa da lavoro e i fantasmi che abitavano il quartiere come cristiani di sangue, carne e ossa.
Viola, poggiò la fronte sul vetro della finestra. Era freddo. Il suo cane, Kit, un piccolo meticcio nero con una macchia bianca sul muso, le si strusciò contro. Lei l’accarezzò. Viola, stava aspettando suo padre. L’uomo lavorava in un supermercato. Sua madre era morta quando lei aveva cinque anni. Il male oscuro, come alcuni chiamavano il cancro nel quartiere, se l’era portata via. La donna aveva combattuto, aveva resistito con unghie e denti ma poi la malattia aveva vinto.
In strada alcuni spacciatori iniziarono a picchiarsi. Il quartiere popolare era diventato un ghetto. Un contenitore di povertà, disperazione, criminalità e marciume. Eppure, c’era ancora chi un po’ di luce la portava in quei luoghi dimenticati, dove la politica aveva memoria solo per esigenze elettorali. Viola, pensò, al suo amico Emia, che lei sin da piccola aveva sempre chiamato Blu, perché lui le diceva sempre che il blu era il colore più bello del mondo.
Blu come gli occhi di Viola e sua madre, blu come era a volte il cielo e il mare. Viola aveva 14 anni, quell’anno avrebbe frequentato la prima liceo. Una macchina dei carabinieri si fermò all’entrata del viale. Gli spacciatori, che ancora litigavano, si dileguarono. Il suo cellulare vibrò. Era un messaggio di Blu: “Viola sei a casa? Non portare a spasso Kit tira una brutta aria, ti raggiungo tra poco e ti accompagno.”
Viola sorrise e improvvisamente il silenzio si dissipò, come succedeva quando dopo un temporale il cielo ritrovava il suo colore più bello, perché il nero delle nuvole era sparito lasciando l’immensa bellezza di un cielo terso.


