Macande: Il Vizio
Riassunto
I Corti di Macande
Macande: Il Vizio
di Alessandro Cavaliere (Aleks Kishi)
I Corti di Macande – Il Vizio
Faceva caldo quel giorno Jimbo aveva un mal di gola tremendo, ma non si poteva stare tutti imbacuccatati il sole picchiava su Macande come uno di quei musicisti su un tamburo durante una festa popolare. Jimbo sospirò, quel giorno sentiva tutto il peso dei suoi anni e delle sue delusioni. Nel quartiere popolare festeggiavano la vittoria della squadra di calcio della Metropoli.
Lui era seduto su un lungo muretto tutto acciaccato, accanto la sua fedele e acciaccata macchina fotografica. Puntò il suo viso verso il cielo azzurro, avrebbe voluto piangere. Non c’era un vero motivo, è vero che la vita non procedeva bene, c’erano un sacco di problemi, però, lui aveva sua figlia Alice e tutto sommato poteva bastare. C’era chi non aveva niente. Lui si sentiva un po’ come il vecchio quartiere popolare, la gente ci passava vicino, a volte si fermava, c’era chi veniva a comprare la droga, chi a dormire sperando di poter andar via per un posto migliore. Jimbo si chiese quante persone pensavano di lui, speriamo che incontrerò una persona migliore, qualcuno che mi possa dare di più.
Jimbo aveva fotografato gli alti alberi di un’aiuola poco distante l’archivio regionale, gli piaceva fotografare la natura. La natura era qualcosa di straordinario, per quanto potesse essere osceno il luogo in cui ti trovavi, per quanto gli esseri umani avessero potuto distruggere e inquinare un luogo, c’era sempre un fiore che spuntava, c’era sempre la possibilità di guardare il cielo e trovare la bellezza.
Jimbo guardò verso il quartiere popolare, c’erano le bandiere e le varie decorazioni che ricordavano la vittoria, c’era piccolissima come un puntino la targa dedicata al tizio ucciso dalla mafia cui Macande aveva dedicato il Rione, poco distante dalla targa c’erano ancora i graffi sui muri di una delle tante stese di camorra.
A vote vullesse solo durmì,
scurdamme e tutte cose
me vulesse scurda pure ‘e me,
ma poi pur se dormo
me vene e sunna
e suonne ‘a vote so chiù crudeli
da realtà, pecché te fanno sperà
ca ‘o munno è chiù bel e chello
che in realtà è…
Jimbo sospirò e pensò che ci sarebbe stato bene un bel bicchierone di birra con quel caldo, ma aveva promesso ad Alice di bere poco, alla sua età era facile che un piccolo sfizio si mutasse in vizio e i vizi in quei posti dimenticati erano abissi in cui cadevi come i soldati antichi nelle fosse, rischiavi di non rialzarti più. Andò verso il bar paradiso comunque, lì quanta gente pure c’era perduta nei vizi, come quello del gioco. Lo strusciare di monete su carta era in certi orari il suono di un’orchestra stonata. Al bar prese una cola, che pure faceva male ma almeno potevi fingere di non avere il vizio.


